Beyoncé : 4

Non c’è bisogno di spiegare chi sia.
E questo è quanto. Questo è il succo del concept-non-concept del quarto album di Beyoncè, un artista finalmente slegata dal managment ormai stantio del padre e forse per la prima volta più libera di esprimersi.
Già dal primo singolo “Run the World (Girls)” si capisce che non vuole cavalcare l’onda del successo immediato, che non andrà a braccetto con il boom della Dance Eurotrash e ascoltando l’intero album si percepisce che non glie ne sbatte ‘na ciavatta.
Attenzione, ho usato il termine “ascoltare” non “sentire” e c’è una netta differenza.
La “gente” infatti è ormai abituata alla musica “Fast Food”, dall’ascolto facile che ricorda sempre qualcos’altro e da un icona pop di questo livello ci si aspetta sempre una hit immediata, che se non scala subito le classifiche allora è mediocre.
Non c’è niente in quest’album che non piaccia a Beyoncé, e non deve perforza piacere agli altri, l’ha già fatto per troppo tempo ed è ora di sperimentare, di rilassarsi, di creare qualcosa appositamente cucito per se, come artista e non solo come icona pop mondiale.
“Countdown” ne è la prova: un pezzo per niente commerciale, quasi spaesante ai primi ascolti che invece arricchisce in linee melodiche e sorprese musicali quasi quanto “Rather Die Young“, che potrebbe quasi definire un nuovo genere, la New Motown.
Legate tra di loro sulle montagne russe sonore dell’album non mancano i pezzi più intensi : “1+1” fa il verso ai classici di Prince, nasce e muore come evergreen al primo ascolto, risalta le sue potenzialità vocali (più sporche e sentite e con il tempo più simili all’interpretazione dei live). “I Miss U“, semplice, pulita, presente ma senza pretese , “I Care” la ballad più matura e interessante che la veste di un nuovo e ricercato stile a tratti ‘elettro-funky-ma-anche-no’ che ritroviamo in “Love On Top” e”Start Over” dove sembra esprimersi in un assolo di gospel.
“Party” è la traccia riempitiva e banalotta che però nel pacchetto dà il suo piccolo contributo, anche se premo avanti…per rimanere divertito da ”End Of Time“ ai limiti della B-Side in pieno stile Beyoncé afrobeat, perfetta per l’apertura dei concerti e per riscaldare le folle delle sue drag queen.
Infine qualcosa per accontentare tutti : “Best Thing I Never Had“, la maionese sulle patatine fritte, classico pezzo pop melodico che spero tanto non si riduca inevitabilmente a singolo dandomi torto su tutto quello che ho scritto fin ora.
Ma qualcosa oltre al coraggio e alla forte personalità dell’album rimane, e lo grida forte in “I Was Here“, una pallottola sui tendini e sul cuore che non lascia indifferente neanche il più gelido dei culi freddi.
Si parla già di flop di vendite e su questo non c’è da discutere, i conti non tornano, ma come artista il salto di qualità è stato notevole, maturo e abbastanza irresponsabile da essere comunque un rivoluzionario punto vincente.
Ah io naturalmente sono di parte e non conto molto, ma questa è un altra storia…
8.5
Miike Snow : Miike Snow
Mi piace andare in aereoporto giusto per avere quella la sensazione che si ha prima di partire. L’aspettativa di qualcosa fuori dall’ordinario : una vacanza, un ritorno, un breve viaggio o un nuovo inizio , un luogo dove succede tutto prima che accada realmente qualcosa.
Nel preoccuparsi di partire o di arrivare, di iniziare o di finire ci si dimentica spesso della bellezza agro-dolce dell’ aspettare.
Nella “terra di nessuno”, in uno stanzone vetrato, sedute su uno scomodo sedile con le gambe appoggiate sopra la valigia, le canzoni di Miike Snow rimangono lì, al gate 23 : un album che non è in attesa ma è per l’attesa.
Un gruppo svedese che non è nuovo nel mondo musicale e che si vanta di inaspettate collaborazioni pop di successo tra le quali Madonna, Kylie Minogue, Kelis, Kings of Leon, Passion Pitt e Vampire Weekend, anche se la più assurda forse è quella con Britney Spears: ebbene si, sono loro gli autori di “Toxic“!
“Animal” lancia tutto l’album tra suoni elettronici di facile riconoscimento e pianoforti volutamente ricampionati, reversati ed effettati.
“A Horse is Not a Home” , ” Sans Soleil” e “Burial” sono tracce dolci e spontanee che suonano con una naturalezza surreale, sottolineano la validità della loro intenzione di fare un album che piaccia prima di tutto a loro e che assecondi il loro gusto non quello del mercato discografico attuale.
Consiglio le meno note “Song For No One“, “Silvia” e a mio parere la migliore di tutte “Black and Blue” : adottatele e dategli fiducia!
Nel complesso l’intero album è pieno di contaminazioni e influenze che ricordano melodicamente un Prince “nuovo-decennio” riaddolcito e meno sopra le righe, un lavoro di post-produzione forse più grande delle canzoni stesse, legate come tante belle frasi nella stessa pagina che non rimangono troppo in mente ma si sentono istintivamente sulla pelle.
Un progetto senza uno scopo, che tira il freno a mano nella corsa all’originalità, si prende il suo tempo, respira e decide consapevolmente di non andare da nessuna parte.
Promosso nell’atteggiamento.
7
Ke$ha : Animal
Ricordate il motto “Girls just wanna have fun” ? Ecco, Ke$ha l’ha preso alla lettera facendolo diventare non solo uno suo stile di vita ma anche la carta vincente per salire a tempo di record nelle prime posizioni di tutto il mondo!

Uscita un pò per caso con “Round’ Round” in un featuring con Flo-Rida, la ragazza appare come un ubriacona qualunque senza troppo talento o peli sulla lingua (e sicuramente in atri posti), zozza, sbiascicante e paradossalmente anti-femminista : e allora perchè tutto questo successo nell’olimpo di artisti già affermati e più autorevoli?
Analizziamo.
La concorrenza femminile ultimamente è tanta, negli gli ultimi anni il mercato discografico si è riempito di icone glam-futuristiche sfidando le leggi della gravità e della decenza (guarda Lady Gaga, Rihanna, Beyoncè, …) non tanto per i contenuti quanto più per l’impatto visivo. Si sta cercando di ricreare artificialmente un epoca musicale clone di quegli anni’80 piena di divi e fanatici, qualcuno da emulare in spalline e da adorare in lustrini, si vuole di nuovo il “mito”.
Nonostante la loro musica sia accessibile per chiunque (e non è sempre un bene), si ha però la sensazione di non comprenderli mai del tutto, si rimane a guardare la loro evoluzione come uno spettatore in attesa di un finale inesistente. Questo fattore di spettacolarità e continuo cambiamento, il famoso “rinnovamento” di cui ha fatto da nave scuola Madonna, non ha mai un filo rosso che lega questi passaggi artistici e può funzionare solo per alcuni. Lo stesso mercato propone e richiede una scelta cosi vasta che tende solo a rincorrersi e a copiarsi non lasciando più il tempo di maturazione e di affezionamento dell’artista.
Qui entrano in gioco i fenomeni come Ke$ha a fendere la nebbia del “troppo” e a riportarci tutti a terra a sbronzarci per strada.
“Tik Tok” è il singolo che ha aperto il caso, un pezzo effettivamente accattivante sin dal primo ascolto, un video simpaticissimo che ti ricorda te stesso qualche sera fà, un sound elettronico, sporco e riempitivo ma azzeccatissimo per lei che non canta ma canticchia.
Quest’atmosfera viene riproposta un pò ovunque nel suo album di debutto “Animal” dove non c’è amore ma solo sveltine, non ci sono pezzi memorabili, ma solo canzoni facili e tamarre.
In “Blah, Blah, Blah” non ha tempo da perdere perchè è arrapata, in “Take it off” vuole farti vedere quanto è arrapata, in “Party at Rich’dude House” si vuole imbucare a una festa di un figlio di papà perchè è arrapata, in “Dinosaur” sei troppo vecchio per farla arrapare e così continua traccia dopo traccia ricordandoci che è una ragazza a modo.
Giusto un pò di scrupoli se li fa in “Kiss and Tell” pezzo adorabile che ricorda molto l’amica Kate Perry (figurati!) e in “Blind” “Stephen” e “Dancing with my tears” le uniche tracce in cui sembra quasi sobria e addolcita.
Apprezzabile anche “Backstabber“.
Nonostante la critica la massacri e capisco anche perchè, Ke$ha continua ad accumulare consensi tra il pubblico che vuole solo svagarsi e fregarsene.
A me personalmente sta simpaticissima e non mi dispiace rientrare in questa categoria, la salvo perchè al contrario di altre operazioni simili, mi sembra un prodotto sincero, è auto-ironico,non si prende assolutamente sul serio e non ha alte aspettative (e fa bene a non averle perchè se dovessi prevedere il suo futuro non andrebbe oltre un forzatissimo secondo abum!).
In finale Ke$ha è quello stato d’animo che si ha ogni tanto il sabato sera e che si trasforma in mal di testa la domenica mattina: che male c’è?
6+
Chris Brown : Graffiti
Non è stato certo un bell’anno per Chris Brown,il suo nome e la sua reputazione sono stati messi a dura prova dopo l’aggressione a Rihanna,
il poverino ha dovuto scontare addirittura qualche ora di lavori forzati in canotta firmata e l’esilio nella sobrissima villa di P.Diddy a Miami… questa è ingiustizia!
Tralasciando i giudizi sulla persona che in realtà mi interessa tanto quanto il nuovo album di Lou Bega, Graffiti è comunque un prodotto mediocre.
Incomincio ad essere davvero intollerante su queste produzioni sintetiche e non poco tamarre che si affidano ai produttori “del momento” (Swizz Beat, Polow Da Don), perchè finiscono per diventare tutte delle copie-carbone : gli stessi suoni, gli stessi feauturing (se sento Lil’Wyane un’altra volta mi vengono le bolle), alcune volte gli stessi titoli!
Eppure Crish Brown è un bravo cantante e un ottimo perfomer, era stato quasi paragonato a un piccolo Jacko!
Puntando sul primo singolo “I Can Transform Ya“, un pezzo estremamente urban dai riferimenti rock che trovo moto potente e funzionale, sono rimasto più che deluso dal resto dell’album.
Quando non trovi delle operazioni-poracciate come “Pass Out” dove prova a campionare brutti pezzi dance o la forse salvabile “Famous Girl” dove gioca con le hit degli artisti black-urban (“Keri would’ve said my love “Knocks Her Down” , Keyshia would’ve told me I was “Sent From Heaven” , Sorry B I don’t wear no “Halo” , Sorry I “Bust The Windows” out your car”) e “Girlfiend“, ecco che gli unici pezzi piacevoli sono ballate di redenzione e pentimento per quello che ha fatto…che noia!
Con tutto il giudizio imparziale possibile è un peccato perchè l’ascolto non risulta mai troppo rilassato, si percepisce una cattiva e patetica mossa marketing per riaccaparrarsi quel target di ragazzine poco emancipate e sovrappeso dell’Mississipi che ritagliano la sua foto e si strappano i capelli ai suoi concerti. Brutta la solitudine nei paesini..
“Crawl” è un bellissimo pezzo, semplice, dolce e funzionale che poteva dare un tono a tutto l’album se solo fosse andato in quella direzione; sembra invece forzato e spinto dentro all’ultimo minuto in un progetto più clubbing e fighetto.
“So Cold” vuole seguire il successo di “Forever” con gli stessi ingredienti più l’aggiunta di un testo che sembra un confessionale e di un pianoforte (naturalmente campionato e scontatissimo):piacevole.
Per allungare il brodo con qualsiasi frattaglia possibile poi, spicca dal nulla “I’ll Go“. Diversa da tutte le altre canzoni, si distingue per il tentativo di valorizzare Chris Brown con un intenzione più matura, del tipo “so fare anche questa, senti eh??risultando nel complesso non male nonostante l’arrangiamento sembri ancora una demo.
Insomma, una tragedia! Anche se alcuni pezzi sono ai limiti della decenza non riesco a giustificare che produzioni e finanziamenti di quei livelli, che si possono permettere di pagare gli autori (e gli avvocati) più in voga, facciano uscire un album che sembra più una raccolta di pezzi a caso, senza un concept e senza un anima.
Sul suo twitter Chris Brown scrive che il mondo musicale gli rema contro dopo “l’incidente” boigottando la promozione dell’album.Un pò forse è vero, un pò magari sarà il karma, a mio parere in realtà è solo brutto.
4+
The Raveonettes : In and Out of Control
Aprite a fatica gli occhi e vi svegliate su un lurido divano, spettinati e vestiti come qualunque comparsa di Velvet Goldmind.
La casa è piena di sconosciuti “stravaganti” che dormono svaccati e ovunque su quel che rimane del pavimento.
Sono le prime ore del mattino, ti fa ancora male la testa e l’ultima cosa che ricordi è di aver usato le tue mutande come biglietto da visita. Qualcuno stà vomitando in un’altra stanza.
Canzone : “Bang!“

Rose Wagne e Sharin Foo sono un duo danese già molto apprezzato per il loro personale modo di mischiare stili diversi con una vena glam‘n’ roll invidiabile. ll loro ultimo lavoro In and Out of Control (uscito ad ottobre) fà da macchina del tempo tra i più distorti e pulp anni ’80 alle nenie più indie anni’50, il tutto legato con tematiche forti e spigolose affrontate in maniera naive e distaccata.
In alcune tracce sembrano i cugini emo dei Beach Boys, surfando allegramente tra le chitarre di “Bang!” il pezzo che più li rappresenta insieme a “Suicide“. Una dopo l’altra esplodono canzoni irresistibili e momenti esaltanti come il rif azzeccatissimo di chitarra in “Boys who rapes (should all be destroyed)” al secondo minuto e nel finale a sorpresa.
Far funzionare un pezzo che parla di violenza fisica senza cadere nel clichè o nella polemica e trovarsi a fischiettarlo è un operazione non solo più che riuscita, ma rara!
“Last dance” è forse il pezzo più commerciale ma perfetto per alleggerire l’album e per niente fuori luogo (mi ricorda i Wheatus): lo adoro.
“Wine” e “Oh, i buried you today” portano tutto su vecchie dinamiche da figli dei fiori fine anni ’60 con voce piena di riverberi e tempi altalenanti, “Breaking cars” è accattivante quanto basta per proseguire il percorso arrivando alla traccia più scomoda “Break Up girls!” : distorsioni, rumori e melodie ripetitive da riti vodoo. Non l’avevo capita all’inizio, ora non mi da più fastidio…forse perchè è sul serio un rito vodoo!?
Nonostante si siano un pò alleggeriti in quest’album giocando con sonorità più pop, i testi sul suicidio e la violenza mentale e fisica sono un pò il loro marchio di fabbrica per distinguersi nel mercato indie da tutti gli altri artisti che suonano con le unghie dei piedi e hanno una frangetta tagliata male. Indie poi è un parolone…
Un album pieno di potenziale e di canzoni importanti, un eredità culturale da avere più che da vedere live, purtroppo il loro punto debole, non rendono la stessa atmosfera del disco. The Ravonettes però sanno chi sono e stanno bene dove stanno, sono dei maestri di stile in un certo senso e Dio sa se ce n’è bisogno!
8-
Robin Thicke : Sex Therapy – The Experience
Volevo recensire quest’album male.
Dico “volevo” perchè paragonato al suo primo abum “A Beautiful World” che ancora oggi trovo incredibile, Robin Thicke ha fatto molti cambiamenti, per lo più minchiate!
Nei suoi vari percorsi non si è solo tagliato i capelli unti, e dato una ripulita smettendo di pedalare per tuta New York come un invasato, ma ha deciso di entrare nelle grazie del mondo black R&B, dandosi un tono da pappone bianco sofisticato che la sa lunga.
La cosa assurda è che c’è riuscito a pieni voti!
Bastava mettere un paio di modelle di colore nei video, sfalzettare laidamente e chiamare il nuovo album “Sex Therapy – The experience” per avere la nomina di ”erede di Al Green”.
Mossa astuta quella di accaparrarsi Polow Da Don e Swizz Beatz come co-autori della maggior parte dei pezzi, almeno ci piazziamo sicuri sul mercato urban.
Qui non siamo nel ghetto ma nel privè V.I.P di una sfilata, non stiamo per strada ma nella sua villa con piscina nel suo mega letto a fare cose zozze: ”...you wanted Mr big, Mr big is in your hands” (“Make U Love Me“).
Emmh…ok…
Lui è il dottore e lei la paziente (quanto è anni ’90??), sussurri di prostitute portoricane e addirittura orgasmi (“Maiple“feat Jay Z), un pò di arpeggi di chitarra soft-tropical (“I Got You“), nacchere come se piovesse (“Just Right“) e strizzate d’occhio alla Marvin Gaye qua e là (“Million Dollar Babe” feat Jazmine Sullivan..’na simpatica corista) e il gioco è fatto! Sesso in musica!
La traccia più inutile è incredibilmente il primo singolo che dà il nome all’album, la più meritevole invece è “Mrs.Sexy“, un bellissimo pezzo che esprime il massimo della sensualità e del talento dell’artista. Schioccate le dita anche per “Elevatas” feat. Kid Cudi e per i più romantici, le ballate dedicata alla moglie “2 Luv Birds” e “Diamonds” non deluderanno le aspettative.
Robin Thicke è un nuovo gentleman, quel tipo di uomo che tutte le ragazze vorrebbero sobrio, e tutti i gay…ubriaco e “Sex Therapy : The Experience” è uno di quegli album da ascoltare in situazioni intime di coppia o anche da soli…in bagno però!
Consigli per l’uso : nascondere l’album nel cassetto segreto che avete in basso a destra.
Purtroppo non ci sono ancora molti Link da allegare on line…vi dovrete per ora accontentare del mio giudizio:)6 +
Siobhan Donaghy : Ghosts (2007)
Video Recendisco : Puntata Pilota.
Perdonate la qualità, la dizione e soprattutto le occhiaie!
Datemi tempo…
